Frank Lloyd Wright scrive: “Lo spazio interno non la scatola involucrale diventa la realtà dell’intera progettazione”. Già Francesco Borromini, in piena età barocca, progetta con particolare attenzione allo spazio e forse è il primo a considerare prioritario questo principio. Certo che non trascura la percezione dell’opera dall’esterno, egli è, inevitabilmente, figlio della sua epoca; la sua concezione però la ribadisce nelle facciate, che la committenza vuole portatrici di ammirazione e stupore, dove si sente che lo spazio avvolge e viene avvolto alternativamente dalle strutture che sembrano quasi muoversi, c’è vuoto e pieno, aggettante e rientrante. La differenza tra le due diverse tipologie di committenti con cui interagiscono i due architetti è enorme e la committenza ha una non trascurabile influenza sulla progettazione; li accomuna però la convinzione che operare in architettura sia principalmente progettare gli spazi. Le realizzazioni di Wright, apprezzate comunemente soprattutto per le immagini degli esterni, sono derivate dallo spazio interno pensato prioritariamente, nascono dalla maggiore importanza data a chi quegli edifici li vivrà. Tornando al ‘600 si può riflettere sul fatto che Bernini, senz’altro grande scultore e architetto, risulta più consono alle esigenze della committenza che sono principalmente quelle della Chiesa Cattolica impegnata nella Controriforma mentre Borromini persegue una sua personale visione del fare architettura. Se visitiamo San Carlo alle Quattro Fontane e, fatti pochi passi, entriamo in S. Andrea al Quirinale opera di Bernini, notiamo che quest’ultimo edificio abbonda in marmi e ori, materiali preziosi che assumono maggiore importanza e sbalordiscono il fruitore mentre nell’edificio di Borromini domina il bianco che, senza orpelli preziosi, definisce, senza distrarre, uno spazio articolato. L’uso di materiali poveri è ancor più evidente nella facciata dell’Oratorio dei Filippini dove troviamo una composizione di mattoncini che avvolgono e rimandano i volumi dei vuoti. L’edificio non vuole imporsi e stupire, direi annichilire e inquadrare, ma suggerisce la dimensione in cui si muove e vive chi lo usa. Evidente la portata democratica di privilegiare, in questo modo, l’uso e quindi l’esigenza del fruitore piuttosto che il messaggio, spesso usato dai regimi, veicolato dalla percezione esterna dell’edificio. Quando Wright fu invitato in Russia nel 1937 al Congresso degli architetti sovietici criticò la monumentalità del progetto per il Palazzo dei Soviet e, anche se non disse in quella sede niente contro le purghe staliniane di quel periodo, limitandosi in apparenza all’ambito architettonico, scrisse che: “ La Russia subisce una degradazione più umiliante di tutte le imposizioni contro cui si è ribellata”

