L’immagine di una società: architettura, urbanistica.
Le realizzazioni sul territorio sono uno specchio della società, attualmente mi sembra che l’architettura venga adoperata come celebrazione del committente, sia esso pubblico o privato e del professionista, senza una visione pensata della trasformazione delle città. Alcune realizzazioni, a volte di indubbio valore, distraggono dalla mancanza di una pianificazione urbanistica, circoscritte nel loro lotto come delle palazzine. Sono rare le operazioni che si inseriscano in una visione globale del problema di gestire un territorio. Le città non esistono più, andiamo verso un continuum di edifici e la sparizione delle campagne. La cultura dell’abitare, l’urbanistica, come previsione e stimolo alla trasformazione dell’ambiente nell’interesse della comunità va quasi perdendo la sua ragion d’essere nell’accettazione del liberismo come sistema naturale e definitivo di convivenza. La reale partecipazione democratica è il terreno su cui si sviluppa questa disciplina. Oggi è diventata, quando c’è, solo un fantasma nella zonizzazione delle varie funzioni, nell’attenzione al traffico e al parcheggio dei mezzi meccanici via via fino al “decoro” agito con attenzione alle pavimentazioni, alle fioriere…Gli urbanisti e gli architetti, e nelle opere di questi ultimi ciò è più immediatamente percepibile, si limitano a fornire uno scenario, uno sfondo a una commedia già stabilita. La struttura sociale si va sclerotizzando e sfigura l’ambiente fisico. L’architettura parla, è un mass medium, e, la maggior parte dell’odierna, denuncia chiaramente il suo essere figlia della speculazione: semplice speculazione diretta, speculazione pubblicitaria come lancio di un luogo ( è dell’architetto il fin la meraviglia ? ) o esaltazione dei progettisti, le archistar, come sono stati acutamente definiti da Carlo Olmo. Credo che occorra concentrare le funzioni abitative e quelle ad esse correlate in modo da lasciare aree libere dall’antropizzazione selvaggia attuale, che sta consumando il territorio, creando anche nel contempo quella densità che diviene occasione di scambio e di accrescimento. Penso ad una graduazione di densità decrescente progettata dai poli multifunzionali fino al cuore dei parchi naturali. Tutto questo attuato progettando e lasciando condizioni favorevoli e aperte alla sovrapposizione delle funzioni e alla compenetrazione. Purtroppo spesso alcune proposte con una visione generale sostanzialmente risolutiva sono state, con varie motivazioni, messe da parte. Emblematica la vicenda dell’Asse Attrezzato a Roma. Il Piano Regolatore Generale del 1962 indicava come zone di espansione le aree ad est del centro storico. Un gruppo multidisciplinare di architetti, ingegneri, urbanisti e studiosi di altre discipline portarono a termine, a proprie spese, uno studio preliminare che prevedeva la creazione in quell’area di un nuovo polo di attrazione lungo una direzionale che avrebbe collegato varie funzioni: l’Asse Attrezzato. Aldilà di pregi e difetti si interveniva sulla questione di fondo delle città nate intorno ad un centro e congestionate dall’accumularsi in esso di tutte le principali funzioni. Non si creava, semplicemente, un secondo polo centripeto ma un asse di scorrimento su cui innestare molte delle funzioni che sarebbero state espunte dal centro. Questo avrebbe avuto il duplice effetto di alleggerire il centro storico e nel contempo favorire lo sviluppo intorno alle nuove localizzazioni. Il progetto, osteggiato a livello politico, non ebbe nessun seguito e venne definitivamente abbandonato del tutto negli anni settanta. Ho sempre avuto la sensazione che l’opposizione di gran parte della classe politica al progetto non fosse estranea ad una meschina voglia di mantenere il centro storico come sede delle proprie attività. La città piombò in un’assenza sostanziale di progettazione urbanistica che certo non sfavorì le speculazioni edilizie più spinte e ottuse.
