Human’s wake – Humans wake

Con il risveglio del sentimento umano gli uomini si risvegliano.

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Con il risveglio del sentimento umano gli uomini si risvegliano.

Con il risveglio del sentimento

umano gli uomini si risvegliano.

L’uso della Storia

                                 

     Le affermazioni “la storia si ripete” e  “la storia non si ripete mai” sono egualmente vere.

                                                                                                                                George Macaulay Trevelyan

L’uso della Storia

La conoscenza delle varie metodologie e delle diverse interpretazioni adoperate nello scrivere la storia possono sviluppare in maniera particolare  lo spirito critico. Nello studio della storia,  anche e soprattutto di quella recente, fino ai giorni nostri, la conoscenza di un avvenimento deve evidenziare, innanzitutto, che ciò che leggiamo è una scelta personale del curatore.     La storia, potremmo dire, è la storiografia, nel senso che è come la si scrive, non è separabile dalla visione del mondo di chi racconta, anche se in buona fede. Chiunque scriva di un avvenimento opera una selezione, fornisce una sua prospettiva. Alcuni storici ci hanno tramandato un racconto in funzione del potere dominante. Hanno cercato di esaltare una propria fazione e ci hanno, comprensibilmente, fornito una personale interpretazione della società.  Per formarci un’opinione su un determinato avvenimento non dovremmo mai affidarci ad un testo unico e considerarlo assolutamente veritiero.                       La concezione della storia che, di solito, si vuol far passare è quella ben illustrata  dalla visione di Thomas Carlyle, le  cui idee influenzarono profondamente Hitler, che era un suo grande estimatore. In questa visione c’è la bramosia per un tranquillizzante ordine costituito  imposto e gestito da un potere forte; è una storia che privilegia una specie di somma finale dove si guardano i vantaggi raggiunti per una entità astratta ( uno stato, una nazione o addirittura una razza) e non i cambiamenti generali delle condizioni degli individui.  Ad esempio, quando Carlyle elogia Maometto come ispiratore e artefice primo delle conquiste dell’Islam, come ha ben osservato Borges, ritiene trascurabile  pensare cosa sarebbe stato meglio per quelle tribù di pastori arabi o quanti dolori siano costate quelle imprese.                                                          Temiamo il disordine, lo vediamo come il caos perché incapaci di accettare che il mondo non sia regolato e cerchiamo un’ancora, qualsiasi essa sia, alla nostra disperata paura. Nelle nostre esperienze la realtà ci si presenta a volte  con casualità,  variabilità, incostanza, disordine, ma  così andrebbe accettata, cercando di scoprirne il lato positivo.                         La paura, però, invade le nostre menti e c’è il rischio che alla fine ci diriga  verso un salvatore e contro un nemico, qualsiasi esso sia; sono ritenuti, infatti,  sempre gli altri ad aver bisogno di essere inquadrati e puniti, per cui anche un regime violento e totalitario risulta accettabile, nella speranza che si prenda le nostre responsabilità e nell’illusione che i suoi metodi non ci riguardino troppo da vicino. Siamo disposti così ad appoggiare una visione per cui esisterebbero i grandi uomini  investiti da una missione  e liberi da ogni obbligo, mentre l’umanità intera dovrebbe essere subalterna. E’ evidente quanto in politica ogni  mascalzone e ogni ciarlatano possa trovare in questo la giustificazione a  qualsiasi suo comportamento.                       Riflettiamo sul fatto che non  esiste e, se guardiamo bene alla storia, non è mai esistita un’idea o una politica create da una singola persona.                                                                                                                                                                          La storia che ci interessa è la storia delle popolazioni, dei movimenti e delle idee. Ogni idea, ogni intervento, ogni realizzazione ha una sua rete di precursori e di sostegni culturali, è insomma, in stretto rapporto complementare con più elementi, non appartiene ad una sola persona ma alla comunità di quell’epoca e di quel luogo. Al massimo qualcuno di noi riesce a chiarirla, a svilupparla, a renderla patrimonio cosciente di tutti, se ne fa, insomma, interprete.                                 Scegliendo di guardare la storia dal punto di vista delle popolazioni, uno splendido esempio può essere fornito dalla lettura della  “Storia del popolo americano’’ di Howard Zinn. In questo lavoro troviamo alcuni concetti fondamentali: innanzitutto l’idea che le nazioni non sono e non sono mai state delle comunità omogenee per cui la memoria di uno stato, i suoi ideali, non parlano delle esigenze di tutte le persone che lo abitano ma di alcuni gruppi in rapporto ad altri. Quindi non esiste un interesse comune che giustifichi il valore dell’appartenenza nazionale.                                                                                         Il dovere delle teste pensanti è quello di non stare, con una prospettiva più ampia, dalla parte dei carnefici e degli oppressori. Dallo studio della storia possiamo e dobbiamo prendere lo spunto per progettare un futuro nell’interesse della totalità e non di gruppi egemoni. Evidenziamo, come altro esempio, l’incompetenza e l’inumanità di molti  ufficiali nei confronti dei soldati nella tragedia della guerra di trincea del 1915-18.  Il libro “Un anno sull’altipiano” di Emilio Lussu stimolerà importanti riflessioni, anche sulla guerra in generale.                                                                                                 Potremo inoltre studiare e  comparare l’avvento dei regimi tirannici o impositivi : da Giulio Cesare a Napoleone fino al fascismo, al nazismo, all’ uso dell’ideologia comunista o della democrazia formale, nella loro essenza comune, affinché divengano riconoscibili e non possano esercitare il loro mistificante fascino.                                                                           Mettiamo poi in risalto come l’ oppressione abbia avuto sempre bisogno, nel corso dei secoli, di rendere facilmente individuabili le sue vittime: neri, pellerossa, gialli, ebrei, barbari, musulmani, cristiani, zingari, femmine, omosessuali, handicappati, matti, fannulloni, incapaci…spesso, insomma, nella coscienza delle nostre debolezze, cerchiamo nelle caratteristiche esteriori dell’altro o in quelle interiori, inventate, delle giustificazioni per il nostro dominio.                           In modo da far apparire i privilegi che abbiamo  come giusti, incontestabili e…meritati.

Stefano Sinibaldi

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